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extra arte non aliena - recensioni & news

Bari e i graffiti griffati

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Ok, Londra è lontana, però le strade sono strade e l’arte è arte, anche qui, anche a Bari. Sicuramente i pedoni londinesi avranno maturato una maggiore sensibilità verso ciò che rende splendide le vie che calcano ogni giorno, ma anche nella città di San Nicola, tra una ruota di focaccia e un peronicino, ci si aspetterebbe un pizzico di entusiasmo in più nei confronti dell’arte di strada. E invece no, a Bari street art fa ancora rima con vandalismo, come se la grammatica sghemba degli imbrattamuri e i pezzi di Banksy fossero la stessa cosa. È di questi giorni, infatti, la richiesta da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di cancellare l’opera “nicolaiana” che da qualche tempo colora l’angolo grigio di uno dei più grigi sottovia di Bari, non il solito tag inneggiante i colori della squadra dei galletti, ma l’opera di quel Ozmo che tanto viene celebrato in tutto il resto del mondo. Fa bene allora il sindaco Antonio Decaro a opporsi a un diktat dal sapore iconoclasta, anche se più di qualcuno sostiene che la scelta serva a farsi perdonare la scivolata di qualche tempo fa, quando si mostrò fin troppo miope davanti a un murales del cileno Hector Carrasco, svanito per sempre sotto le pennellate di una squadra di imbianchini alle prese con banali lavori di ristrutturazione. Anche loro usano pennelli e colori, ma qui bisogna fare chiarezza su ciò che è arte e ciò che non lo è, o finiremo presto per chiamare Ozmo per imbiancare casa.

Oggi sto con Decaro, sto con Ozmo, sto con la street art… e sto pure con Sanda Nicole!

 

450 volte Shakespeare: molto rumore per nulla

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450. Tanti sono gli anni trascorsi da quando il Bardo ha iniziato a camminare in mezzo ai vivi, eppure ancora oggi, che i vivi sono un po’ meno vivi di ieri, Shakespeare è l’autore più rappresentato, più imitato, più celebrato, l’autore più… e basta.

Dal cinema al teatro non si contano più le trasposizioni delle sue opere, ma di sicuro l’eco di quanto fatto al Silvano Toti Globe Theatre di Roma è destinata a risuonare ancora e ancora, come il più suadente canto d’amore verso l’autore più longevo di sempre.

E allora auguri, 450 di questi giorni, e per celebrare al meglio la ricorrenza ecco questo Molto rumore per nulla, la commedia andata in scena nel teatro di Villa Borghese dal 22 agosto al 7 settembre, che oltre ad essere un regalo confezionato ad arte da Loredana Scaramella (che ne ha curato la regia e l’adattamento assieme al buon Mauro Santopietro), è anche la torta con le candeline sopra per il palato dei tanti appassionati della nouvelle cuisine di Chef William.

Gli attori irrompono sulla scena come un’onda di piena, tutti insieme, tutti affaccendati nelle loro incombenze come se il palcoscenico fosse vita vera e il pubblico, semplicemente, non ci fosse. Le parole si rincorrono, si fondono e si confondono, finché la piena passa, l’onda fluisce, e in secca restano due sole voci, un lui, Benedetto, una lei, Beatrice, testimoni e campioni di due fronti contrapposti che si studiano prima di farsi guerra.

L’uomo destinato a fare “rumore” con le spade e le alabarde, la donna che sogna a un passo da terra svolazzando sulle altalene, salvo poi scambiarsi di posto, quando anche il cuore di un guerriero viene contaminato dal quel “nulla” che muove tutte le cose, più delle lame, più delle armature. E così lo scontro diventa incontro, e ben presto le lingue velenose perdono tossicità grazie alle proprietà taumaturgiche di un bacio.

Beatrice e Benedetto, ancora sotto l’effetto velenifero dell’ego e dell’orgoglio, si sfidano a colpi di frecciatine e battute sarcastiche, in una singolar tenzone che ricorda le movenze della battaglia simulata tra gli amanti nella pizzica salentina, la stessa che riecheggia per tutta la commedia assieme ai canti e alle sonorità del sud grazie alla superba presenza del Trio William Kemp.

Alla fine, proprio come il veleno della taranta che va via con la danza e la passione, i due contendenti “guariscono” e, complice un dolce inganno ordito alle loro spalle, cedono alle lusinghe di un amore celato appena sotto la superficie, come la pelle che resta calda sotto il metallo freddo delle armature. E allora, pian piano, i nodi vengono al pettine e si sciolgono, e si sciolgono anche i cuori e le reticenze, e i dubbi svaniscono, e svanisce il sottile diaframma tra la vita messa in scena e la vita punto e basta, il pubblico diventa popolo e danza con gli attori, che ora sono complici, concittadini, compagni di una notte di mezza estate, sotto il cielo clemente ritagliato nel cerchio sospeso di questo Globe Thatre made in Rome.

Allestimento e regia ad orologeria per questa messa in scena, con ingranaggi precisi che funzionano alla perfezione e un crescendo che esplode nella liberatoria danza finale, quando la quarta parete crolla del tutto e ci ritroviamo ospiti di un banchetto nuziale, a saltare al ritmo di un tamburello e degli strumenti di musicisti “pizzicati” anche loro dal sacro fuoco.

Molto rumore per nulla è una favola agrodolce, con la musica che tiene testa alle parole e le parole che sono musica per la testa, di chi ascolta e di chi finge di non ascoltare. E in fondo è proprio questo il tema della commedia, un gioco di equivoci costruito con le parole, quelle dette e quelle non dette, finché i dubbi insinuati nel silenzio che separa una parola dall’altra vengono spazzati via con la voce e le note, e la danza, come nel rito della taranta e della pizzica, diventa un gesto liberatorio per disfarsi dei veleni e riconciliarsi con il confortante abbraccio della verità.

Tra le tante verità scoperte tra le panche del Globe c’è che, proprio come in un concerto per orchestra, questo allestimento è un piacere per i sensi nel quale nulla è stonato e ogni voce suona per imbastire la stessa melodia. Sul palco di Villa Borghese sono tutti bravi, ma sono bravi anche dietro il palco, con Susanna Proietti (costumi) e Fabiana Di Marco (scenografia) capaci di restituire agli occhi la stessa magia evocata dalle note e dalle voci.

Ed è soprattutto la voce di Carlo Ragone che ci si porta dietro tornando a casa, straripante nel doppio ruolo di Corniolo e Baldassarre, istrionico, trascinante, divertente fino alle lacrime, che però spingono più forte per uscire quando intona a cappella l’epitaffio funebre per la (non)morte di Ero.

E poi c’è Mauro Santopietro, così bravo nel ruolo di Benedetto che i suoi dati anagrafici sembrano l’ennesimo scherzo del Bardo, troppo giovane, troppo bravo; E ancora Mimosa Campironi (Ero) che si muove leggera sulla scena e nasce e rinasce letteralmente sul palco, e Barbara Moselli che impersona una Beatrice spigolosa e morbida al tempo stesso duettando con Santopietro per strappare risate fragorose da palazzetto dello sport. E poi Fausto Cabra che rende umano-troppo umano Claudio, sedotto e abbandonato seppure solo nella finzione di un complotto, e la coppia strappa risate Jacopo Crovella e Federico Tolardo nei panni di due guardie dalla mimica circense che, assieme al bravo Cristiano Caccamo (Sorba-Messo), mettono in scena alcuni dei quadri più spassosi di una sorprendente commedia corale, un concerto per orchestra, appunto.

E ora, archiviato anche questo lavoro, il Silvano Toti Globe Theatre si appresta a chiudere l’estate Shakespeariana con “Pene d’amor perdute” (dall’11 al 18 settembre) e con lo “Shakespeare Fest” (19, 20 e 21 settembre), una chiusura col botto con Gigi Proietti a dirigere sul palco l’evento pensato da Carlotta Proietti e Daniele Dezi per celebrare i 450 anni dalla nascita del geniaccio di Stratford-upon-Avon.

Se amate il teatro, se amate voi stessi e volete festeggiare la ricorrenza, fatevi un regalo, andate a teatro, e perché sia un regalo senza “sorprese” scegliete il Bardo. È passato quasi mezzo millennio, e ancora nessuno si è lamentato per quello che ha trovato sotto la carta colorata!

 

 

Arte da Marte

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Inauguriamo una nuova sezione del sito dedicata alla promozione delle produzioni artistiche più interessanti del momento. Arte da Marte, perchè oggi qualunque cosa abbia la minima connotazione artistica viene vista come concettualmente aliena, roba strana, marziana appunto. E siccome a noi piace guardare lontano, come chi fissa la luna andando oltre la punta del dito di chi la indica, Logoloco vuole dare spazio al lavoro di chi, su un palco, tra le pagine di un libro, su una tela o tra le curve di una pellicola, vive nel mondo come un alieno, facendo propria la follia geniale di Ziggy Stardust, che venne dalle stelle per illuminare questo pianeta a volte un po' troppo buio.